Se stai leggendo questo post e mi conosci, probabilmente sai già che a me i Queen non sono mai andati giù, e magari hai già cercato più di una volta di porre fine alle eresie che mitraglio a 1000 all'ora attraverso l'uso di (a scelta) lanciafiamme, mitra, accetta, bomba atomica o Giuliano Ferrara. Bene, voglio definitivamente chiarire perché non sono mai riuscito, non riesco e mai riuscirò a farmi piacere i Queen. Per non parlarne mai più in vita mia. Il che significa che non appena qualcuno mi dirà
MA KM FANNO A NN PYACERTI I QUIIN gli farò leggere questo post con calma e attenzione, a meno che non sia in preda ad un attacco di rosik ossessivo-compulsivo che gli impedisce di ascoltare le mie opinioni e discuterne civilmente. E in tal caso cazzi suoi.
Bene, da dove iniziamo?
Partiamo dai fatti oggettivi e assodati contestualizzando il gruppo in questione. I nostri nascono in quel di Londra nel 1971: il dove e il quando fanno già capire l'ambiente musicale nei quali nascono, ove dominano il progressive rock (è l'anno di
Pawn Hearts dei Van Der Graaf Generator,
Nursery Cryme dei Genesis,
Yes Album e
Fragile degli Yes,
In The Land Of Grey And Pink dei Caravan e
Acquiring The Taste dei Gentle Giant) e l'hard rock (il quarto dei Led Zeppelin,
Fireball dei Deep Purple,
Masters Of Reality dei Black Sabbath e
Look At Yourself degli Uriah Heep vedono la luce proprio nel 1971). Si afferma anche il glam rock dei T Rex di
Electric Warrior e del David Bowie di
Hunky Dory, destinato ad essere ripreso in considerazione con maggiore attenzione dall'avvento del punk in poi, assieme a Lou Reed, con e senza i Velvet Underground. Spostandoci su territori più “trasversali”, è anche l’anno di grandi dischi quali
Meddle dei Pink Floyd,
Aqualung dei Jethro Tull,
Who's Next degli Who e
Sticky Fingers dei Rolling Stones, nonché del folk pastorale e intimista del Roy Harper di
Stormcock. Ora avete un'idea di che aria tirasse nell'Inghilterra del 1971: insomma, abbiamo inquadrato il contesto storico.
Proviamo allora ad inquadrare musicalmente il gruppo nella sua prima fase (più o meno fino a
Day At The Races compreso). Sarà mica che ci imbatteremo in un impianto di base imperniato sull'hard rock, condito dalla pomposità strumentale del progressive rock e dalla "scenicità" (passatemi il termine orribile) e dai lustrini del glam? Ma dai! Se non volete credermi, provate ad ascoltarvi
Led Zeppelin,
Bowie e
Yes e trovatemi le somiglianze; magari fate anche un bel mashup, non si sa mai che vi venga fuori nota per nota un pezzo dei Queen. Se poi volete veramente osare, buttate giù un cicchino ogni volta che ne riscontrate una, così magari andate in coma etilico e vi precludete ogni possibilità di rosicare.
Ora che ho messo in chiaro cose verificabili da chiunque non abbia 3 chili di Rovagnati sulle orecchie, passo alle considerazioni personali. Già uno che vede cosa gira nel ghetto e prende quello che gli piace per costruirsi un suo "stile" non mi va proprio a genio: si chiama
vincere battaglie combattute da altri, altri che l'hanno fatto (e proprio per questo mi stanno sul cazzo), anche se in contesti totalmente diversi, sono i Nirvana (riascoltatevi i
Pixies, i
Sonic Youth e gli
Hüsker Dü, che fan bene).
Il peggio è che i Queen lo fanno veramente con la paura di prendersi troppi rischi. Sul versante hard rock prendiamo i Led Zeppelin: i Black Sabbath sono troppo estremi, i Deep Purple troppo votati all'improvvisazione, gli Uriah Heep sono martoriati dal 90% della critica. Sul fronte prog prendiamo quel misto superficialissimo e alla buona di Yes e Genesis, con le armonie vocali dei primi (che i Queen sapranno portare ad un livello di fastidio veramente inedito, almeno per le qui presenti orecchie) e la teatralità dei secondi, tralasciando completamente tutte le altre piccole e grandi cose che li hanno resi tra i migliori non solo del prog. Ma il vero scandalo è il trattamento riservato al glam, che nelle intenzioni e nei risultati di David Bowie, dei T Rex e se vogliamo anche dei Roxy Music è sì teatrale, ma strumentalmente molto semplice e disadorno, senza l'ampollosità del prog e dell'hard rock allora imperanti (ora capite come mai il giovane Robert Smith era preso per il culo dai suoi compagni di scuola perché ascoltava Bowie, poi riscoperto da centinaia di migliaia di giovani musicisti, su tutti Ian Curtis?). Questi hanno frainteso il glam come peggio non potevano: qua di disadorno non c'è davvero un cazzo. O per meglio dire, è musica semplice che sembra complessa, il contrario dei Beatles o degli Who: ci sono tutti gli ingredienti per un pacchiano e rutilante pasticcio dal retrogusto decisamente posticcio e artificioso.
Poi verranno gli inni da stadio del 1977-80 (non serve nemmeno che li nomini), ovvero quando il rocker sbraca. E
salta lo squalo.
A seguire le contaminazioni di synth pop del periodo 1980-84 (ma io non ho ancora capito perché in quel periodo erano tutti convinti di essere i
Depeche Mode) e il "ritorno al rock" degli ultimi dischi (l'espressione "ritorno alle origini" inserita nella discografia di un gruppo deve sempre farvi subodorare il marcio: vuol dire che
han finito le idee loro e quelle degli altri, e iniziano a riciclare le vecchie oramai che sono bell’e bolliti, SVEGLIA!).
Il succo succoso è: per quanto io non regga nemmeno i primi dischi, devo ammettere che non sono malvagi e un paio di idee carine ci sono. Ma la roba dal 1977 in poi è un'esorbitante sequela di vaccate che la gente considera geniali e innovative. Sul perché tornerò più tardi.
Passiamo adesso ad analizzare (nel caso di Mercury, battuta non voluta) i singoli componenti del gruppo, cosa semplice visto che la formazione è stata sempre quella.
Freddie Mercury: ciccio, ho capito che hai un'estensione sopra la media, ho capito che sei bravo, ho capito che ti piace registrarti mentre qualcun'altro (Rob Halford?) te lo sbatte nel culo di modo da far vedere a tutti che così guadagni un'ottava extra, però ogni tanto cercare di fare qualcosa di un po' più terra terra non guasta mica. Ecco spiegato perché, come cantante, preferisco 1000 volte Joe Strummer, per dirne uno. Che, diciamocelo,
non sapeva cantare. Il fatto è che la voce sgraziata, ruvida e monocorde di Strummer non la cambieresti con nessun altra proprio perché è funzionale al pezzo. Nel caso dei Queen, invece, sembra spesso che i pezzi siano delle scuse per mettere in mostra i virtuosismi vocali di Mercury: io
questo non me lo spiego altrimenti. E se proprio vogliamo andare a cercare qualcuno che canta bene per fare un paragone, beh, le armonie vocali dei
CSNY erano ben altra cosa, possedevano quella cosa chiamata misura.
Brian May: adesso qualcuno venga da me e mi dica cos'ha detto di nuovo che non avesse già detto
Jimmy Page. Fatevi avanti, sono davvero curioso di saperlo.
John Deacon: bassista senza infamia e senza lode. Non ha mai detto niente né a me né a chiunque altro.
Roger Taylor: ma io ero convinto che fosse Joey Jordison il batterista più sopravvalutato di sempre. Tutti lo osannano, ma perché? Tecnicamente non è davvero nulla di che, ma non è necessariamente questo a renderti un grande batterista. Prendete la povera
Maureen Tucker, tutti la prendono ad esempio come peggiore batterista della storia, ma vi immaginate i primi 3 dei Velvet Underground senza di lei? Avessero chiesto a Ian Paice o Bill Ward di sostituire Taylor in un disco senza dire niente a nessuno, nessuno se ne sarebbe accorto. Insomma, vale lo stesso che ho detto per Deacon: anonimo.
Bene, abbiamo finito il discorso puramente musicale. Direi quindi che possiamo passare all'hype spaventoso che, almeno in Italia, circonda i Queen.
In molti fanno risalire le cause allo scalpore mediatico suscitato dalla morte di AIDS del cantante nel 1991. Il che è tutto sommato normale. Solo che, mentre normalmente la gente va avanti, qui in Italia poco ci manca che fondino il culto di Freddie Mercury. Va anche tenuto conto che, mediamente, quando un italiano dichiara di essere appassionato di musica, generalmente i gruppi formatisi dal 1976 in poi estranei al metal più classico proprio non li caga, per cui si ritrova a idolatrare sempre la stessa gente, concedendosi come massimo di novità l’ultima uscita di qualcuno giunto perlomeno al 35-40mo anno di attività. E vogliamo parlare del fatto che coloro che erano vivi e consapevoli all’epoca della morte di Mercury tramandano il mito alle nuove generazioni, come se si trattasse di un vero e proprio culto religioso?
E qua dovrei parlare dei fan dei Queen, che spesso raggiungono gli stessi livelli di ottuso fanatismo talebano di quelli del Vasco nazionale. È spesso gente senza una grandissima cultura musicale, e che al più va dietro agli stessi 10-15 gruppi ipercelebrati che ormai conoscono pure i sassi. Tuttavia, dall’alto della loro conoscenza di questi artisti, questi sono davvero convinti di aver capito tutto della musica: se non ti piacciono i Queen non capisci niente di musica, oppure sei un hipster
scaruffoide che ascolta solo rumore e astruserie. Touché.
Lascio come postilla un’importante specificazione:
questo post non ha intenti offensivi. È bensì una provocazione: se ti senti offeso da quanto ho detto finora, prova a chiederti se non ti stai prendendo troppo sul serio, e se non sia il caso di provare ad ampliare i tuoi orizzonti, non solo musicali. Potrebbe cambiarti la vita in meglio, dico sul serio. Io
non penso che ci siano persone stupide o intelligenti, penso che ci siano solo persone che si soffermano sulle cose e persone che non lo fanno: soffermati due secondi di più sulle opinioni altrui, raccogli la provocazione e ripensati. Non è davvero niente di speciale, ma può anche farti passare per una persona intelligente, istruita e dalla mente aperta.
Scusate se vi ho tediati con la mia logorrea, e grazie per l’attenzione